#CuriositàBiellesi – La street art “Made in Biella”

In tempi in cui, le forme d’arte si moltiplicano in quasi tutti i campi, ne esiste una che riesce a trarre il massimo dalla creatività umana, ovvero: la street art.
Questa forma d’arte, capace di modificare in toto un ambiente e dare nuova vita a zone veramente fatiscenti, è un “lavoro” che non garantisce sempre fama e denaro certo. Tuttavia, i writers, da non confondere con l’inutile e comune imbrattatore di muri (di cui avevamo già parlato…), riescono con notevoli problemi di natura “giudiziaria”, a creare , certe volte, dei veri e spettacolari capolavori.
Rispettiamo i tempi, e partiampo dall’origine della parola. Secondo quanto la storia ci insegna: “la street-art o graffitismo (in italiano), è una manifestazione socio-culturale diffusa in tutto il globo, ed è basata sull’espressione di una personale creatività, sfogata tramite interventi pittorici sul tessuto urbano, che spesso vengono considerati atti vandalici e puniti secondo le leggi vigenti, nata in torno agli anni ’60 in quel di Philadelphia.
Nel nostro piccolo Biellese, di “quadri” a cielo aperto ne esistono molteplici. Alcuni, sono unici e di inestimabile valore; altri invece, sono i “famosi” quindici minuti di celebrità tanto declamati da Andy Warhol, che qualche soggetto cerca invano di rubare, ai nostri poveri occhi. Allora, con una mini-mini-classifica, facciamoci una breve cultura, e anche, quattro risate sull’argomento.

1) Il graffittaro “comune”. Questo, è colui che riesce a disegnare su qualsiasi superficie incontri, che sia statica o in movimento. I suoi habitat naturali sono: i vagoni della metropolitana, i muri diroccati, le vecchie fabbriche in disuso, e tutti quei luoghi che madre natura si riprende. Inseguiti e braccati dalle Forze dell’Ordine, vivono come i vampiri e solitamente escono quando tramonta il sole. Data la loro “natura”, possiamo pagaragonarli ai cani. Infatti, per il più delle volte, il loro scopo è quello di coprire le tracce lasciate dal passaggio della “odiata” concorrenza.

2) Il Da Vinci mancato. Il suo ambiente di lavoro prediletto innanzitutto, è la superficie piana. Dove normalmente si svaga disegnando soggetti di natura religiosa, come: madonne, santi e cristi (da non confondere con certi cristi). La sua “creatività” tuttavia, non si ferma solo al mondo clericale, ma esonda anche in quella “risproduzionistica” delle tele più celebri del mondo. È facile dunque, trovare una “Monna Lisa” che di leonardesco non abbia nulla; insomma, roba da far rivoltare nella tomba il più grande multi-artista che la storia umana abbia avuto. “Ma… però… ecc… sono bravi!”… alcuni esclamerebbero, tuttavia, tra le manganellate che ricevono come “consiglio” di smettere il momento artistico in corso, e la posizione accovacciata che sono costretti a tenere, sono inclini ai dolori articolari.

3) I 3D. Chiamati così per l’inclinazione alla tridimensionalità, sono la variante più moderna della categoria. Al fine di raggiungere il loro scopo, si “servono” di telecamere, droni e aiutanti appollaiati sui lampioni. Il “prodotto” finale è di notevole fattura, purchè ci si piazzi in un punto ben preciso e non si soffra di vertigini. Questi, sono i classici tipi, che non si rassegnano all’idea, che l’aria sia disegnabile.

Mfp

Fotografia gentilmente concessa da Andrea Battagin.

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