#ModiDiDireBiellesi – Poco importa essere grato o ingrato, al biellesi basta non “‘d grazįi į n’u già ‘l sulé pįèṅ!”

I biellesi sono più inclini alla gratitudine o all’ingratitudine?
Questa è una domanda che lascia molti spiragli di risposta. Soprattutto, se consideriamo che il Biellese sia una provincia, dove si concentrano diversi ceti sociali e personalità. Dalla pianura alla montagna, ci s’imbatte in una moltitudine di modi diversi, di concepire la vita e le persone. Con questi #10ModiDiDire, scopriremo come i lanieri siano grati o ingrati.
Per rendere la lettura più interessante, abbiamo utilizzato i caratteri corrispondenti del dialetto biellese/piemontese.

  1. Aṅ pįaʃì fac al va maį pardǘ. Così è come a Verrone dicono: “Un piacere fatto non è mai perduto”. Aggiungiamo noi, hanno pienamente ragione.

  1. Aṅ pįaʃì na ciama n’aṷt. In una delle frazioni del capoluogo provinciale, ovvero al Favaro, dicono: “Un piacere ne chiama un altro”. Ossia, chi riceve un piacere, deve restituirlo.

  1. Agl’ į ubbligazįù a sè maį paghè. Dalle parti di Montesinaro nella zona di Piedicavallo, si usa dire: “Gli obblighi non sono mai ripagati”. Chi ha fatto il favore, non si considererà mai sufficientemente ripagato.

  1. Sa ‘t mògi ‘l salàm ca ‘d n’aṷt, vènta che ca tua ‘t masi la galiṅa”. A Cavaglià, dicono: “Se mangi il salame a casa di un altro, devi uccidere la gallina a casa tua”. Insomma, nella bassa se ricevi degli inviti a pranzo o dei favori, devi assolutamente contraccambiarli.

  1. Qua che üṅ a l’a fac buà as n’ufùt dal sëbër. I provinciali di Villanova Biellese, dicono: “Quando uno ha fatto bucato se ne infischia del mastello”. In parole povere, vuol dire che a questo mondo, non c’è riconoscenza.

  1. Vèni magé ca mia si ‘t pö”. A Veglio e Mosso, non ci vanno molto leggeri con il sottointeso, e ti dicono: “Vieni a mangiare a casa mia se puoi”. La frase, a una prima lettura sembra amichevole, tuttavia, sottintende un secondo fine. Infatti, è usata verso chi si è mostrato ingrato, poiché nasconde un “Troverai la porta chiusa, se vieni!”.

  1. Da qua ch’į a avantà i sṓt as custümma pü di grazįe. Nel comune di Ternengo dicono: “Da quando sono stati inventati i quattrini, non si usa più dire grazie”.

  1. Cu mach in grazįe s’ampinìs nè la vèntre”. A Valmosca, frazione di Campiglia Cervo, credono che bisogni ricompensare in modo adeguato chi rende un servizio, con: “Dicendo solamente “grazie” non si riempie la pancia”.

  1. Vènta fé dal bèṅ par ricévi dal mal”. Con questa pessimistica constatazione, a Massazza intendono dire: “Bisogna fare del bene per ricevere del male”.

  1. Al grazįe į fa la Madònna”. Chi viene ringraziato per aver fatto qualcosa a Campiglia Cervo, da questa risposta: “Le grazie le fa la Madonna”.

Se avete le vostre proposte su un modo di dire, scriveteci all’indirizzo mail: 50sfumaturedibiella@gmail.com, indicando il detto con relativa traduzione italiana, la zona e il vostro nome, e noi ve lo pubblicheremo.

Traduzione (‘d grazįi į n’u già ‘l sulé pįèṅ): “Di ringraziamenti ne ho già il solaio pieno”.

Mfp

Fotografia gentilmente concessa da Alberto Ramella.

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